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Il lavoro non regolare è molto più diffuso nel terziario che nell’industria e anche le nuove normative non sono bastate a debellarlo: sono il 35,8% negli alberghi e l'11,3% nelle costruzioni
L'industria in senso stretto è marginalmente coinvolta dal fenomeno del lavoro non regolare: nel 2005 il tasso di irregolarità è pari al 3,9% e raggiunge livelli più elevati soltanto in alcuni comparti produttivi come il tessile e l’abbigliamento (9,1%) e l’industria del legno (6,8%). Nelle costruzioni il tasso risulta nel 2005 pari all’11,3 per cento.All’interno del terziario, invece, il lavoro irregolare è particolarmente rilevante nei comparti del commercio, alberghi, pubblici esercizi, riparazioni e trasporti, dove risulta non registrato il 19,1% delle unità di lavoro; in particolare, il tasso di irregolarità raggiunge il 35,8% negli alberghi e pubblici esercizi e il 29,4% nel trasporto stradale. Più modesto e stabile nel tempo è l’impiego di unità di lavoro non regolari nel comparto dell’intermediazione monetaria e finanziaria e delle attività imprenditoriali e immobiliari, pari al 9,5 per cento. “Lo sviluppo di nuove forme di lavoro, dipendente e indipendente, unitamente alla regolarizzazione degli stranieri irregolari -sottolineano i ricercatori- sembrano aver contrastato solo parzialmente la diffusione del lavoro non regolare, su cui incidono diversi interessi: quelli dei datori di lavoro, volti ad aumentare i guadagni e a ridurre i costi di produzione e quelli degli stessi lavoratori, poiché‚ consente una maggiore facilità di ingresso sul mercato del lavoro o una più ampia flessibilità. Per alcune tipologie di lavoratori poi -continua l'Istituto- il lavoro sommerso rappresenta l’unico modo per sopravvivere: è questo il caso degli immigrati clandestini che violano le norme in materia di residenza e rischiano l’espulsione se scoperti".
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