Studio Cgil: 4 atipici su 10 sono "stabilmente precari" -2- PDF Stampa E-mail
giovedì 12 giugno 2008

studio cgil precari

I lavoratori parasubordinati in Italia nel 2007 sono un milione e mezzo, secondo il terzo rapporto annuale dell’Osservatorio nazionale sul lavoro atipico presentato a Roma da Ires-Cgil e Nidil in collaborazione con l’università “La Sapienza"

La massima concentrazione di parasubordinati si trova in Lombardia (372.383, pari al 23,8 per cento del totale nazionale) e nel Lazio (253.652, ossia il 16,2 per cento del totale). In quest’ultima regione in particolare, si registra anche il maggior incremento nel triennio 2005-2007 (+27 mila unità). In realtà però, alla base ci sono due “modelli" molto diversi di contratti flessibili: al nord si ha una prevalenza di lavoratori tipici (amministratori di società ed enti o assimilati) e la quota di lavoro precario si colloca al di sotto del valore medio nazionale.

A fronte di un valore medio del 53,4 per cento nel rapporto tra precari e parasubordinati, la percentuale di precari in Lombardia è al 50,7 per cento, in Veneto al 37,7 per cento e in Trentino ad appena il 29,5 per cento. Nelle regioni del centro-sud, al contrario, la precarietà tra i parasubordinati è ai massimi livelli: in Calabria e nel Lazio sono precari tre parasubordinati su quattro (rispettivamente 75,7 per cento e 72,9 per cento), in Campania, Puglia e Sicilia lo sono due su tre. La “maglia nera della flessibilità" tra le province spetta a Reggio Calabria, dove sono precari l’82,2 per cento dei parasubordinati. A Roma si concentrano ben 230.366 parasubordinati e, di questi, vive il rischio del precariato il 74,1 per cento.

Sotto il profilo del genere invece, si conferma la polarizzazione che vede le donne crescere numericamente nei lavori atipici e meno retribuiti (+18 mila nel triennio), mentre i maschi aumentano di più tra gli amministratori (+27.486). In particolare, oggi la quota di donne iscritte alla gestione separata Inps che vive e lavora a rischio di precarietà è pari a circa 480 mila unità, e la quasi totalità (430 mila) intrattiene rapporti di collaborazione con un solo committente. In pratica “su 100 donne che svolgono un lavoro parasubordinato -chiarisce il rapporto Ires-Cgil, Nidil e università “La Sapienza"- più di 70 vivono una situazione di insicurezza dovuta alla mancanza di continuità del rapporto di lavoro e di un reddito adeguato su cui poter continuare per pianificare vita presente e futura".

Le donne percepiscono compensi mediamente più bassi degli uomini del 50 per cento. Una situazione evidente soprattutto per i contratti di collaborazione: a fronte di una durata contrattuale inferiore di soli 9 giorni rispetto a quella degli uomini, infatti, le donne guadagnano mediamente 4.655 euro in meno all’anno. Quanto all’intera categoria, il settore di attività maggiormente popolato da lavoratori parasubordinati è l’industria, seguita dal commercio e dai servizi professionali di consulenza alle imprese. Tra i lavoratori a rischio di precarietà, le percentuali maggiori si trovano nelle comunicazioni (87,2 per cento), nei servizi di consulenza (76,5 per cento), nella ricerca e nella sanità (76,6 per cento e 73,2 per cento), seguiti dal settore dell’informatica e dell’istruzione (67,9 per cento e 67,4 per cento, quindi due lavoratori su tre sono a rischio).




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