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L’Istat calcola il “nero" in Italia: terziario in primo piano. Nel 2006 il calo del valore aggiunto sul pil per il sommerso è in termini sia assoluti che relativi e la diminuzione di peso nella composizione del pil si accentua
Nel considerare il peso del sommerso nel terziario è utile tener presente l’effetto 'calmieratore', sostiene l’Istat, del settore pubblico dove è assente il fenomeno. Se si considera solo la parte di attività di mercato, cioè svolta dalle imprese, il peso del valore aggiunto sommerso si attesta sul 29,9% nel 2000 e sul 27,2% nel 2006. Nel 2006 il calo del valore aggiunto sul pil per il sommerso è in termini sia assoluti che relativi e la diminuzione di peso nella composizione del pil si accentua, con una perdita di quasi un punto percentuale in un solo anno. Nel 2006 la quota del pil imputabile all'area del sommerso economico (pari al 16,9% nell’ipotesi massima) è scomponibile in un 8,9% dovuto alla sottodichiarazione del fatturato ottenuto con un’occupazione regolarmente iscritta nei libri paga, al rigonfiamento dei costi intermedi, all’attività edilizia abusiva e ai fitti in nero, in un 6,4% per l'utilizzazione di lavoro non regolare e in un 1,6% derivante dalla riconciliazione delle stime dell'offerta di beni e servizi con quelle della domanda. Differenze di peso del valore aggiunto anche a seconda del settore di attività economica. Nel 2006, nell'ipotesi massima, il valore aggiunto sommerso nel settore agricolo è pari al 31,4% del valore aggiunto totale della branca (8.538 milioni di euro), nel settore industriale al 10,4% (42.022 milioni di euro) e nel terziario al 20,9% (199.414 milioni di euro).
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