Il Terziario nell'economia della conoscenza PDF Stampa E-mail
lunedì 01 marzo 2004

Da settore residuale a motore di sviluppo: Intervista a Enzo Rullani sul nuovo progetto di ricerca di CFMT - Un innovativo progetto di ricerca del CFMT è teso ad inquadrare “l’intelligenza terziaria", a rilevarla nei suoi frammenti e ad aiutarla a crescere con proposte informative e formative.

“Oggi il vantaggio competitivo non è più legato a capacità tecniche esclusive, relative al prodotto materiale o al processo, ma è sempre più rivolto alla capacità di gestire relazioni, di comunicare con gli interlocutori - in primis col cliente o consumatore finale - di co-progettare il nuovo e assumere rischi condivisi con gli interlocutori. Tutte cose che si collocano fuori dei cancelli della fabbrica e riguardano quello che una volta si sarebbe detto il settore terziario e che oggi possiamo meglio definire come intelligenza terziaria."

Per Enzo Rullani - ordinario di Strategia d’impresa all’Università di Ca’ Foscari di Venezia e coordinatore del nuovo progetto di ricerca del CFMT - c’è bisogno di compiere una vera e propria rivoluzione che permetta all’economia nazionale di riguadagnare quote di mercato nei settori a più alto valore aggiunto.

Insomma siamo alla solita disputa tra industria e terziario?
Direi proprio di no! Il nocciolo della questione non sta nell’ormai incontrovertibile maggior peso che il terziario assume in termini di occupazione e Pil nelle economie più avanzate. La riflessione economica e la politica economica sono purtroppo in ritardo nel rilevare questi cambiamenti. Ma il loro effetto è sotto gli occhi di tutti. E impone un altro modo di guardare alle problematiche dello sviluppo.
Alle spalle abbiamo due modelli di sviluppo che non bastano più. Da una parte, come abbiamo visto negli ultimi anni, la produzione di massa e le grandi imprese, anche se diventate postfordiste nella strategia e nell’organizzazione, non sono più il cuore della crescita economica e occupazionale. Dall’altra, l’economia italiana ha esaurito le risorse su cui si reggeva la crescita quantitativa, fatta aumentando i volumi a scapito della loro differenziazione e qualità. Se c’è un sentiero di sviluppo ancora aperto per il nostro paese, questo è solo quello della crescita qualitativa, che non avviene aumentando il numero degli addetti, ma il valore prodotto da ciascun addetto.

In che modo si può realizzare lo sviluppo qualitativo?
Una parte di questa crescita di produttività può essere ottenuta migliorando l’efficienza della manifattura con nuove tecnologie o nuove macchine. Ma si tratta di una strada difficile: le nuove tecnologie e le nuove macchine vanno anche ai nostri concorrenti, e se hanno costi del lavoro inferiori, non bastano per creare un vantaggio competitivo sostenibile. Il sentiero dello sviluppo passa, in questo senso, per un rafforzamento dell’intelligenza terziaria, sia con maggiori contenuti e professionalità di tipo terziario all’interno delle imprese (anche delle imprese industriali), sia con un’ulteriore crescita del settore dei servizi, in tutti i casi in cui la qualità e l’innovazione nascono da iniziative e competenze di produttori terziari specializzati.

Di cosa si tratta?
Questa trasformazione si lega ad un cambiamento fondamentale che sta emergendo un po’ in tutti i paesi sviluppati: l’uso intensivo della conoscenza nella produzione di valore. Ma attenzione: non si tratta di conoscenza hard come quella codificata nella scienza o nell’high tech, ma di forme soft che sono diffuse in tutte le attività e che si legano alle capacità e all’intelligenza degli uomini. La conoscenza che “conta", ai fini della nuova produzione (qualitativa) di valore, non è più soltanto incorporata nelle macchine – e dunque nei risultati dell’investimento scientifico-tecnologico fatto dallo Stato o dalle grandi imprese industriali – ma diventa conoscenza diffusa e relazionale. Si tratta cioè di una conoscenza che è distribuita tra molte imprese autonome, senza essere più concentrata nel capannone della fabbrica o nel palazzo uffici della grande impresa fordista, che in passato tratteneva al suo interno anche le competenze terziarie, intese come management e organizzazione di collegamento tra la produzione meccanica e il mercato finale.

Quindi quando lei parla di intelligenza terziaria intende questo?
Certo, per creare valore non basta inventare o produrre una macchina: bisogna fare molto di più e di diverso, interagendo efficacemente con i clienti, con i consumatori finali, con i centri di assistenza e di manutenzione, con le catene logistiche, con la distribuzione, con le banche, con i fornitori, con i centri di ricerca. Tutte cose che si collocano fuori dei cancelli della fabbrica e riguardano quello che una volta si sarebbe detto il settore terziario. La nuova intelligenza terziaria è al servizio di tutta l’economia: l’evoluzione della manifattura ne ha bisogno come non mai. È interna ed esterna alle imprese e oggi diventa fonte di innovazione e mezzo per la creazione di valore.

E questo cosa comporta?
La conseguenza è che cambiano i modelli di business delle aziende e cambiano gli equilibri nella catena del valore. In molti settori del made in Italy, ormai, il valore si concentra nelle fasi a valle della catena del valore, quelle che hanno rapporto col cliente finale o con la catena distributiva. E c’è di più, nelle reti ciò che tiene insieme l’organizzazione non è più solo il potere di comando, tradotto in un programma prescrittivo, ma è invece un insieme di funzioni connettive che vanno dalla comunicazione alla logistica, dalla regolazione della qualità alla governance dei conflitti, dalla garanzia nel rispetto degli impegni alla creazione di fiducia generando identità. Il terziario che svolge queste funzioni viene ad essere il tessuto connettivo che consente ai mille fili delle reti di intrecciarsi nella trama quotidiana degli ordini e degli impegni contrattuali, quando questi coinvolgono molti soggetti autonomi e plurali.

Tutto questo che risvolti ha sulle professioni?
Cambia e di molto lo scenario delle professionalità. L’intelligenza innovativa non è più concentrata all’interno di poche grandi organizzazioni e focalizzata sulle competenze tecnico-produttive. Tutte le unità, anche di piccola dimensione, hanno bisogno di competenze professionali di tipo relazionale. C’è dunque una domanda latente di nuova professionalità diffusa, che ha bisogno, per emergere, che i processi di innovazione sopra richiamati, vadano avanti. La carriera professionale non si fa più rimanendo all’interno della stessa azienda tutta la vita, ma circolando tra diverse aziende, a seconda dello sviluppo delle proprie competenze e delle esigenze/possibilità dell’azienda in cui si lavora. Il terziario dei consulenti e professionisti autonomi, in un sistema di piccola impresa, è destinato ad ingrossarsi, e ha un grande bisogno di organizzazione per alimentare la crescita della qualità e delle garanzie per i clienti.

E i dirigenti?
Il bagaglio professionale del dirigente deve fornire soluzioni e competenze adatte al lavoro in rete. Servono più competenze intellettuali, invece che soltanto tecniche. Bisogna intensificare la specializzazione, ma a due condizioni: riuscire a lavorare in rete con altri specialisti, in modo da poter usare rapidamente il loro sapere ogni volta che serve, e rendere le specializzazioni reversibili, mediante un forte investimento in sapere metodologico e in cultura generale, elaborando visioni del mondo e sistemi di relazione che connettono specializzazioni differenti Bisogna poi legare conoscenza, autonomia decisionale e assunzione di rischio.

Insomma quali sono gli obiettivi del progetto di ricerca del CFMT - Intervista a Enzo Rullani

 


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