Cina: pericolo o opportunità? PDF Stampa E-mail
giovedì 09 dicembre 2004

Una giacca a vento North Face in goretex con imbottitura in pile viene venduta a Pechino per 20 euro, e quindi in fabbrica costa 10 euro; idem per un telefonino GPRS a cristalli liquidi. Gli stessi oggetti si vendono rispettivamente per 400 e 200 euro da noi.

Una tale abissale differenza è possibile perché in Cina ci sono contemporaneamente dei livelli salariali ridicolmente bassi (1 euro al giorno per un manovale, 3 per un operaio semplice), una provvista di mano d’opera inesauribile, delle economie di scala gigantesche e soprattutto un’abitudine a produrre con la qualità richiesta dai mercati sviluppati.

Ovviamente non è possibile competere con tali condizioni e quindi la Cina sta diventando l’area del mondo in cui si producono tutti i manufatti di tutti i paesi.

La preoccupazione degli imprenditori, politici e sindacalisti italiani è recentemente salita a livelli di guardia, con qualche sommesso tentativo di invocare dazi o altre misure di protezione. Ma la dimensione del problema viene ancora sottovalutata per almeno sei ragioni:
Molti imprenditori non si rendono conto che la Cina è riuscita a mettere a punto un sistema produttivo completo e che quindi è in grado di esportare non solo componenti, ma anche tantissimi prodotti finiti completi e di qualità adeguata. Fino a quando per fare un condizionatore d’aria in Cina, per esempio, ci si scontrava con la mancanza di produttori domestici per alcuni componenti critici, o questi produttori non erano in grado di fare la qualità richiesta, non conveniva assemblare il condizionatore in Cina, e si importavano i componenti a maggior contenuto di mano d’opera. Nel momento in cui il problema dei componenti è risolto, conviene chiudere la fabbrica in Italia e spedire i prodotti finiti direttamente dalla Cina. Il tasso di evoluzione è rapido, per cui l’imprenditore che ha provato a produrre in Cina pochi anni fa e non c’è riuscito può oggi trovare tutto quello che gli serve.


Non è solo la manodopera che in Cina costa meno, ma tutto il sistema produttivo. Ha fatto scalpore la “scoperta" che i rubinetti prodotti in Cina costano meno del solo costo della materia prima in Italia. Gli ingegneri che progettano gli impianti, gli operai che servono per costruirli, l’energia che serve per farli funzionare eccetera. Tutto costa meno, e ciò è vero ad ogni stadio della catena produttiva; tutti questi minori costi fanno sì che il costo finale di ogni prodotto sia imbattibile. È quindi falso che non valga la pena di impiantarsi in Cina perché “le nostre produzioni sono capital intensive": i cinesi sono sempre più in grado di copiare o progettare autonomamente i macchinari che servono per le fabbriche capital intensive facendoli costare molto meno che da noi, per cui riescono ad accoppiare il vantaggio di costi variabili più bassi a quello di costi fissi più bassi. Inoltre, l’ancoraggio della moneta cinese (renbimbi) ad un dollaro che si è svalutato ha reso ancor più competitiva la produzione locale.

È un luogo comune, ma totalmente falso, che in Cina non si riesca a fare i prodotti di qualità che sappiamo fare noi. Anche nel tessile più sofisticato (stampa della seta) e nella pelletteria di alta gamma i cinesi sono in grado di produrre come da noi, e se non li “vediamo" ancora sul nostro mercato è solo perché sono indaffarati a star dietro alla domanda degli USA. L’analogia con i giapponesi del dopoguerra, o con i coreani degli anni ’80, non regge; quei paesi hanno dovuto inventarsi la qualità perché nessuno gliela insegnava e quindi ci hanno messo una trentina d’anni a diventare competitivi e vincenti. Ai cinesi, invece, la qualità l’hanno insegnata gli americani, che da vent’anni si approvvigionano principalmente in Cina; la sola Wal Mart importa dalla Cina quasi $ 20 miliardi. Oggi, a differenza di quando succedeva una volta, la qualità la fanno essenzialmente le macchine, ed i cinesi usano le stesse macchine delle nostre fabbriche, e hanno oggi anche un mercato di componenti di base che prima non c’era. Passare dai componenti ai prodotti finiti è un passo molto più rapido oggi che in passato, per cui non appena i cinesi riusciranno a soddisfare tutta la domanda interna e dei tradizionali partner internazionali, ed avranno un po’ di capacità produttiva disponibile, incominceremo a vedere in Italia le importazioni di tanti altri prodotti finiti cinesi.

La Cina è lontana, parla e scrive una lingua in modo per noi incomprensibile, ha un sistema giuridico precario e quindi gli imprenditori italiani non hanno grande voglia di andare a combattere con tutte le difficoltà di una produzione in Cina. Se proprio un mediatore di Hong Kong propone una fornitura a prezzi convenienti si accetta di fare un ordine; tale intermediario non solo si appropria di una parte notevole del valore aggiunto fra costo di produzione e prezzo di vendita, ma scherma anche l’imprenditore italiano dalla comprensione delle opportunità che esistono nel radicarsi produttivamente in quel paese.

Il programma di approvvigionamento dalla Cina è percepito come lungo e rigido, per cui gli imprenditori italiani, abituati ad essere disordinati o reattivi, non si sentono a proprio agio dovendo decidere oggi quali e quanti prodotti e componenti ordinare per consegna fra 8-12 mesi. L’esperienza delle grandi aziende americane è invece differente; ovviamente nessuno può eliminare i 15 giorni di tempo che richiede un container per navigare da loro a noi, ma non c’è ragione che le altre fasi di programmazione richiedano più tempo, se tutto il sistema è pianificato e controllato rigorosamente. Le grandi catene di distribuzione americane hanno un ciclo ordine-consegna di 1000 ore, nel senso che l’uscita di un prodotto da un negozio fa scattare in tempo reale un ordine di riassorbimento (per il quale ovviamente deve esser stata prevista sia la capacità produttiva sia la quantità occorrente dei semiprodotti) che viene fisicamente consegnato dalla Cina al negozio in appunto 1000 ore. Naturalmente ci sono voluti significativi investimenti informatici, ma è stato ancor più importante l’atteggiamento mentale di considerare la logistica una funzione essenziale quanto quella della produzione, alla quale dedicare tempo e risorse manageriali di qualità.

Non è forse noto che il mercato cinese produce annualmente una decina di milioni di nuovi consumatori relativamente “ricchi", cioè con livelli di capacità di spesa comparabili al nostro. La Cina è quindi già oggi un mercato molto interessante, anche perché è uno dei pochi che cresce. E in molti casi non occorre nemmeno riprogettare i prodotti appositamente per loro, perché vogliono gli stessi prodotti nostri; ovviamente bisogna produrli là per non essere fuori mercato dal punto di vista del prezzo.

Un imprenditore che guardasse seriamente la realtà della Cina smonterebbe la propria fabbrica per ricostruirla laggiù il più presto possibile, e vedrebbe questa completa delocalizzazione come una grande opportunità. La maggior parte degli imprenditori italiani, invece, vede solo il lato “problema" della medaglia e non ha voglia di andare a vivere in Cina, e ne hanno ancor meno voglia i loro figli che stanno benissimo nella ricca provincia italiana. Ecco quindi che ci si autoillude con frasi del tipo: la Cina non può continuare a crescere del 10% all’anno indefinitamente, alla fine il partito comunista metterà i freni al capitalismo locale, quando ci sarà l’inevitabile crisi finanziaria delle banche cinesi il sistema si arresterà come è stato in Giappone, il valore dei marchi italiani difenderà le nostre produzioni più costose, si riescono a fare le stesse cose a costi bassi in Romania, i nostri prodotti (frigoriferi, piastrelle ecc.) non “viaggiano", eccetera. Con questo atteggiamento da struzzo gli imprenditori italiani hanno già perso l’occasione di comprare aziende coreane quando tale paese sembrava imbarcato in una crisi irreversibile, occasione che invece hanno colto imprese europee, americane e giapponesi, che sono più capaci di disaccoppiare il posto dove vivono i top manager dal posto dove si costruiscono le fabbriche.

Effettivamente la rivoluzione industriale della Cina non ha precedenti nella storia; la nostra rivoluzione industriale del 1800 ha interessato circa 100 milioni di persone, che da agricoltori sono lentamente diventate operai industriali. Oggi in Cina ed in alcune regioni dell’India tale rivoluzione interessa un miliardo di persone, ed i tassi di espansione sono del 10% all’anno. Già oggi la Cina è il primo produttore di acciaio e cemento del mondo, il primo produttore di moto, il terzo produttore di auto (tra l’altro VW già produce, in una joint venture locale, auto di qualità come le Audi), ecc. Gli investimenti diretti di imprese dei paesi terzi in Cina superano i $ 50 miliardi all’anno e sono in forte crescita. Nei prossimi 20 anni migreranno dalle campagne alle città 400 milioni di cinesi. Sono tutte cifre che fanno venire l’acquolina in bocca a ogni imprenditore, ma non si colgono tali opportunità standosene seduti comodamente a casa a 7 ore di fuso orario di differenza.

Accanto alla rivoluzione industriale sta avvenendo una forte rivoluzione culturale; le giovani generazioni, quelle che migrano dalle campagne alle città e dall’agricoltura alle fabbriche, non hanno ricordi diretti dei terribili anni di fame e della rivoluzione culturale, e quindi non sono ideologizzate e vogliono solo avere un futuro migliore. Tra l’altro, sono normalmente figli unici, data la politica di un figlio per famiglia che è strettamente imposta, e di conseguenza sono abituati ad essere coccolati da nonni e genitori. C’è dunque un forte contrasto fra i vecchi ed i giovani e fra i politici di ieri e le attese degli emergenti di oggi. Altri problemi come l’inquinamento, la sottovalutazione dei problemi esponenziali legati all’aumento del traffico, la minaccia della SARS, l’inesistenza di un sistema pensionistico, la presenza di molte aziende pubbliche sussidiate ed inefficienti in competizione con i nuovi imprenditori, portano forti tensioni all’interno del paese. Come questi contrasti possano esser ricomposti non è prevedibile, ma è inconcepibile che la Cina non continui nella sua politica di diventare il polo della produzione mondiale e che tale ruolo porti automaticamente alla crescita del mercato interno di prodotti e servizi.

Un imprenditore che voglia vedere nella Cina una grande opportunità, invece che un grande problema, deve necessariamente dedicare tempo e risorse a comprendere tale opportunità e selezionare un approccio fattibile. Per accelerare i tempi ed evitare errori è utile far tesoro delle esperienze altrui e appoggiarsi a organizzazioni che hanno una grande familiarità con la Cina. Una di queste, Outsourcing Solutions di Bologna, può accompagnare passo passo l’imprenditore alla ricerca di partner cinesi sia per la produzione di componenti, sia per localizzarsi produttivamente, sia per l’identificazione di possibile partner per partecipare allo sviluppo del mercato interno. La cosa più importante, però, è comprendere che la Cina non aspetta noi; nel tempo che c’è voluto per leggere questo articolo qualche decina di migliaia di giacche a vento è stata prodotta al costo di 10 euro ciascuna, e qualcuno si è dato da fare per appropriarsi degli altri 390 euro di valore aggiunto che ci sono fra il costo di produzione ed il prezzo di vendita. La maggior parte di tale valore aggiunto può essere conquistata sia da chi ha in mano il mercato e che si integra a monte, sia da chi ha la produzione e si integra a valle; comunque, la maggior parte del valore andrà a chi si sveglia per primo.
 

Gianfilippo Cuneo
Cuneo e Associati

Fonte: Newsletter CFMT

 


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